Nel suo famoso libro, “Come trattare gli altri e farseli amici”, Dale Carnegie ha dichiarato che il miglior modo di farsi passare per un ottimo conversatore è di ascoltare attentamente e con interesse. Questo principio si adatta anche, seppur ovviamente non nello stesso modo, alla pratica della preghiera.

La maggior parte delle persone quando pregano parlano a Dio, anziché con Lui. Non prendono il tempo di ascoltare, in profondo silenzio, la Sua risposta. La preghiera, tuttavia, per essere profondamente significativa, ha bisogno di essere una comunicazione a due, un dare e ricevere, come una conversazione. E, mentre sarebbe assurdo pensare in termini di “ammaliare” Dio, con la nostra parte di conversazione, ci sono modi accertati di rendere le nostre preghiere più efficaci. Ascoltiamone uno.

Quante persone pensano mai a pregare in questo modo? Di solito considerano la preghiera come una richiesta di speciali favori, come fosse una petizione presentata a una solenne maestà su un trono imperiale. Molti, senza dubbio, si domandano se il Signore li sceglierà mai, concedendo loro una speciale attenzione, tra la moltitudine che ricorre a Lui quotidianamente.

Forse temono di essere giudicati presuntuosi se cercano di attirare il Suo interesse al di là del vero soggetto della petizione. In ogni caso, la maggior parte parla tanto, come gli sprovveduti conversatori, ma raramente pensano ad ascoltare a loro volta.

La differenza tra la via a senso unico della normale preghiera e la vera conversazione con Dio è semplicemente il grado di coinvolgimento, da ambedue le parti. È ovviamente fuori discussione l’idea di cercare di affascinarLo con la nostra conversazione. Il Signore ha tutto il creato che attira la Sua attenzione, oltre alla perfezione dell’Amore e della Beatitudine in cui eternamente risiede. Una trascurabile piccola vita nel grande schema delle cose non può richiamare il suo interesse al punto di lasciarsene affascinare. Pertanto, quando ci avviciniamo a Lui con amore profondo, devozione e fiducia, dobbiamo appellarci a quell’amore cosmico, ma allo stesso tempo intensamente personale, che Egli prova per ognuno dei suoi figli umani.

La preghiera deve provenire dal cuore. Questo è ciò che intendo per conversazione. Così come esiste un mondo di differenza tra parlare a qualcuno e parlare con lui, c’è un universo di differenza tra supplicare Dio e farLo partecipe delle nostre necessità.

Abbiamo bisogno di coinvolgerLo nelle nostre vite, nel nostro amore per Lui. Come pensiamo di fare ciò se ci limitiamo a pregarLo? Questo è come parlare a qualcuno.

Lasciando da parte la questione del fascino e parlando della conversazione, come è possibile coinvolgere chiunque in qualsiasi cosa ci interessi? Non è molto diverso dall’ascoltare la risposta a una domanda. Riusciamo a coinvolgere di più qualcuno quando includiamo la sua realtà nella nostra. Per risvegliare l’interesse altrui nelle nostre necessità, dobbiamo mostrare interesse nelle loro. Per indurli a partecipare alle nostre vite, dobbiamo partecipare alle loro. Per indurli a dimostrarci amore, dobbiamo prima amarli.

Tutto questo coinvolgimento da parte nostra è, in un certo senso, un modo di ascoltare. Dobbiamo, allo stesso modo, ascoltare Dio. Il tipo di preghiera che sovente ottiene una risposta è quella in cui la persona che prega conversa con Dio: Lo invoca, mentre nello stesso tempo ascolta nell’anima la Sua silenziosa risposta.

E questo è essenzialmente ciò che significa praticare la meditazione. Meditazione è l’atto di ascoltare attendendo con fiducia, al momento giusto, la risposta che Dio sussurrerà all’anima.

Perché non tentare la prossima volta che preghi Dio? Invece di sottoporre una petizione alla sua attenzione, tenta di coinvolgerLo nelle tue necessità.

La meditazione è più che l’esercitare una pratica in specifici momenti del giorno. È un’abitudine della mente, un modo di vivere. Cerca di condividere i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti con Dio durante tutto il giorno. Ascolta la Sua guida, la Sua approvazione; sì, perfino il suo sorriso silenzioso dentro di te! Quando condividi la tua vita con lui anche le tue meditazioni diventeranno molto più profonde.

Quando le persone escludono la meditazione dalle loro preghiere quotidiane, significa di solito che non sono sinceramente convinti che ci sia qualcuno “lassù” che le ascolta. È molto facile allora che le loro preghiere diventino un modo di parlare solo a se stessi.

Bene, uno potrebbe chiedere, ma Dio ci ascolta davvero? Non lo saprete mai se non gli date la possibilità di rispondere! Come in una conversazione qualsiasi, il grado di ascolto, e la risposta che risveglia, è in proporzione diretta al proprio coinvolgimento in quello che si sta dicendo. Come si spiega che le preghiere dei santi sono state sovente molto più persuasive di quelle della gente comune? Dio non rispetta una persona più di un’altra. La sua risposta dipende dalla profonda sincerità della persona che prega.

Nella conversazione le persone hanno la tendenza ad ascoltare come un qualcosa che si fa dopo aver recitato la propria parte. Personalmente, invece, trovo che la comunicazione sia molto migliore se uno “ascolta”, cioè se è sensibile alle reazioni dell’altro, anche nel momento che gli sta parlando. Anche quando faccio lezione, benché non mi aspetti che qualcuno del pubblico inizi una conversazione con me, mi sono accorto che è utile, mentre parlo, “entrare in sintonia” con le loro esigenze, rispondere alle loro mute reazioni, sentire come se stessi parlando a ognuno di loro, uno per uno.

Per quanto riguarda il soggetto dell’insegnamento, mi sono accorto che è utile “ascoltare”, ancor prima di iniziare a parlare. Con questo intendo dire che medito e cerco di sintonizzarmi con ciò che le persone, di questo particolare uditorio, hanno bisogno di sentire da me.

Così Paramhansa Yogananda (autore di Autobiografia di uno Yogi), che portò insegnamenti e tecniche dall’India in Occidente, soleva dire che la preghiera è più efficace dopo aver raggiunto un qualche tipo di contatto con Dio nella profonda meditazione.

La società occidentale generalmente identifica la meditazione con il processo del pensiero. Ci dicono di meditare “su” un particolare argomento. Vagamente pensiamo che questo voglia dire riflettere girando intorno a tale soggetto, sperando di raggiungere una più profonda comprensione. È relativamente nuova per l’occidente la nozione che proprio il silenzio è la fonte perenne dalla quale nasce la vera comprensione.

In altre parole, la vera comprensione, e soprattutto quella spirituale, non è il risultato del pensare a senso unico al suddetto argomento, ma di una diretta percezione interiore. Come Yogananda scrisse nella sua autobiografia, “Una verità non può essere creata, ma solo percepita”.

La meditazione, in questo senso più profondo, inizia con la pratica di acquietare i pensieri e le emozioni.

Yogananda raccontava la storia di un uomo a cui fu detto che per sviluppare potere spirituale doveva stare molto attento a non pensare alle scimmie. Ovviamente, la volta successiva, quando sedette a meditare, la prima cosa cui pensò furono le scimmie! E più cercava di non pensarci, più scandagliava la sua memoria per trovare tutte le varietà di scimmie di cui aveva letto o udito nella sua vita. Le scimmie divennero sempre di più un’ossessione per lui. Alla fine tornò dal suo maestro e gli gridò “prenditi indietro questo tuo insegnamento! Tutto quello che fa è darmi la coscienza delle scimmie, non la coscienza di Dio!”

Al che, l’insegnante rise di cuore e spiegò “Volevo solo aiutarti a comprendere come sia difficile sviluppare i poteri spirituali senza prima imparare a controllare la tua mente”. Quindi proseguì a spiegare al suo studente gli aspetti positivi della meditazione.

Quindi, la prima lezione è non vivere nella “coscienza della scimmia!”. Invece di cercare di impedire che pensieri ed emozioni entrino nella mente , soffermati su esercizi opposti che eserciteranno un’’influenza calmante sulla tua mente.

Il respiro è una di queste influenze, se usato correttamente. Non solo il respiro riflette lo stato mentale, ma agisce con forza su di esso. Vedi il respiro come un riflesso del pensiero e delle emozioni. Quando una persona è agitata il suo respiro diventa automaticamente più veloce. Quando si addormenta, il ritmo del suo respiro cambia: due tempi per l’espirazione, uno per l’inspirazione. Quando è profondamente concentrata, tende a trattenere il respiro. Quando è calma, anche il suo respiro si calma.

È vero anche il contrario. Respirando in modo agitato, si tende a creare uno stato mentale o emotivo agitato. Un fotografo, quando deve fare una fotografia che richiede sensibilità e concentrazione, impara a trattenere il respiro prima di scattare.

Similmente, con una respirazione calma e profonda anche la mente e le emozioni si calmano, liberandoci da tutta l’agitazione che forse ribolliva dentro di noi. Ecco perché il consiglio che tanto spesso si dà alla gente arrabbiata o depressa è: “Prima fai un profondo respiro e conta fino a dieci”.

Un buon esercizio da fare quando ci si mette a meditare è fare alcuni respiri profondi. Gli insegnamenti yoga offrono vari esercizi, alcuni dei quali sono spiegati nel mio libro L’arte e la scienza del Raja Yoga. Uno meno sofisticato di molti altri è questo:

Siedi eretto e inspira profondamente attraverso le narici contando da 1 a 12. Trattieni il respiro (contando da 1 a 12), dopodichè espira, ancora contando da 1 a 12. Non trattenere il respiro fuori ma comincia immediatamente con un’altra inalazione. Ripeti questo esercizio fino a 12 volte.

La tua posizione durante la meditazione è importante. Tutti quanti abbiamo visto nelle pubblicità fotografie di persone che stanno “meditando” secondo l’idea occidentale di rilassamento: qualcuno reclinato comodamente su una sedia da “ragazzo pigro”, i piedi in alto, il capo piegato indietro sul poggiatesta: tutto l’atteggiamento suggerisce un senso di abbandono. Gli yogi dell’India sorriderebbero a questo tentativo passivo di rilassamento. Il fatto è che, mentre il rilassamento è essenziale per la meditazione profonda, la passività è uno dei trabocchetti del vero rilassamento.

Ci sono due direzioni che la mente può prendere una volta mollata la presa sui processi mentali consci. Una è sprofondare nel subconscio. Questa è la direzione presa quando si sceglie il rilassamento passivo. L’altra direzione è elevarsi verso la supercoscienza. È possibile entrare in meditazione profonda solo nello stato intensamente positivo di supercoscienza, o di consapevolezza dell’anima.

Per raggiungere questo stato di coscienza, è importante sedere eretti con la spina diritta. Tradizionalmente, questo si fa seduti sul pavimento a gambe incrociate, preferibilmente in una delle posizioni yoga, come il mezzo loto o il loto completo o nel siddhasana (la “posizione perfetta”), ma Yogananda diceva che va benissimo anche sedersi su una sedia con schienale diritto, con i piedi bene appoggiati sul pavimento.

Siedi lontano dallo schienale. Poni le mani con le palme rivolte verso l’alto dove le cosce si giungono all’addome. Mantieni le spalle indietro perché questo aiuta la spina dorsale a stare dritta. Tieni il mento parallelo al suolo.

Prima dell’esercizio di respirazione, rilassa il corpo. Prima inspira; tendi tutto il corpo fino a farlo vibrare; poi butta fuori il respiro, e con esso tutte le tensioni. Ripeti due o tre volte.

Dopo la respirazione profonda, concentrati sul rilassamento sempre più profondo, non solo fisico, ma mentale ed emozionale. Senti lo spazio nel corpo. Guarda in alto concentrando la tua attenzione nel punto centrale tra le sopracciglia, sede della visione spirituale. Offri tutti i pensieri e sentimenti in profonda concentrazione in questo punto. Invoca mentalmente Dio “RivelaTi! RivelaTi!”

Un po’ alla volta sentirai la Sua pace che ti inonda, come una cascata d’acqua senza peso.